ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

sabato 25 ottobre 2008

Beccatevi questo

Un post arguto, intelligente e sapido, nello stile del miglior Gurrado.
Leggete qui

lunedì 15 settembre 2008

Declaration of wordipendence

The web often requires its users to provide a massive amount of pictures, videos and multimedia. Blogs are a region of the web where people can find one of the highest concentration of such materials. Well, I hope to avoid this habit just giving more space to words: I don't think a verbal code should be better, more communicative than an iconic one; nevertheless, I see a certain aphasy rising up, disguised under the name of “multimediality”. Far from being a revolt, this blog is simply a bet, the bet to give words their value back.

My apologies to all who are seeking a pixel showroom: I am afraid they have to content themselves with some old, good words... c'est la règle.

venerdì 8 agosto 2008

Segui il dibattito su glottodiversity

Come già annunciato, ho copiato tutti i post di linguistica già scritti su www.glottodiversity.blogspot.com e, d'ora in avanti, non saranno più pubblicati post di linguistica né di montagna su Saturalanx (la montagna si trova su www.lacroda.blogspot.com) Tuttavia, il post "La linguistica e il buco della serratura" ha dato il via ad un simpatico dibattito tra chi scrive e un non meglio identificato Anonimo. Per seguirne gli sviluppi: www.glottodiversity.blogspot.com

martedì 22 luglio 2008

La linguistica e il buco della serratura

La linguistica, come per altro tutte le scienze, può riuscire estremamente esclusiva. Esclusiva perché accessibile, ad un certo livello, solo a pochi; ma esclusiva anche perché (e questo invece un po' a tutti i livelli) limitantesi a sé stessa. Autoreferenziale, essa scova nuovi problemi guardandosi in uno specchio; col passare del tempo si accumulano conoscenze, si raffinano i metodi, eppure ciò che si produce è troppo spesso un mero autoritratto. A forza di guardare nello specchio si è finiti col credere che sia esso il mondo, che ciò che si trova al di là di una cornice-recinto più o meno ampia sia null'altro che il caos extralinguistico di cui la linguistica non dovrebbe curarsi. Perché mai? Canonica risposta: la linguistica deve occuparsi di problemi linguistici, pena la debolezza metodologica, pena la scarsa specializzazione, pena... Come dar contro a simili affermazioni? Indubbiamente sono vere, dopo tutto la linguistica è la linguistica e non un'altra scienza: ad altri l'onere di preoccuparsi della struttura della psiche o della materia. Eppure credo che sfugga una sottigliezza (in realtà non troppo sottile). La linguistica non solo deve mettere in in discussione i propri metodi, deve innanzi tutto mettere in discussione sé stessa, le ragioni e le possibilità stesse della sua esistenza; e questo, mi pare, viene fatto di rado.
Propongo una metafora: la linguistica dovrebbe essere un buco della serratura da cui spiare le cose del mondo, tutte. E così dovrebbe essere per ogni scienza. In fondo, il buco della serratura è uno spiraglio da cui osservare la realtà; è un punto di vista, più semplicemente. Ma è un punto di vista globale: per quanto piccolo e limitato, attraverso di esso occorre scrutare l'orizzonte per intero. Fuor di metafora, sarebbe bello se si riuscisse ausperare il vizio di fondo della scienza contemporanea, ovvero l'idea che sia possibile separare la realtà, dividerla in pezzettini sui quali operare esperimenti e dunque, così facendo, dominarla. Mi si perdoni l'eresia, non sono un fisico ma un linguista e dunque posso forse permettermi di dire certe cose senza troppa colpa, ma per me la realtà non funziona affatto in una tale maniera. Io sono convinto che ci sia un Tutto da comprendere, sia che lo si faccia attraverso il linguaggio, che attraverso la fisica o altro, e che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio.

domenica 20 luglio 2008

Torre Germana, notturno

13 luglio 2008. Guardo il meteo per martedì 15: le previsioni danno tempo splendido, assenza di precipitazioni su tutto l'arco alpino occidentale. Benissimo, con un paio di email è tutto deciso: Torre Germana, Valle Stretta, Italia... oh, pardon, Francia: questa bellissima valle, in tutto e per tutto piemontese, è divenuta Vallée Etroite dopo la seconda guerra mondiale. Io ho solo un'ipotesi: i Francesi, con la scusa della vittoria, della pugnalata alle spalle ecc... se la sono accaparrata unicamente per la sua bellezza, mica per motivi politici. In ogni caso, mi fa piacere che lì, su suolo francese, ci sia un rifugio gestito da italiani e che si chiama “III Alpini”, perché lì, alla faccia dei Francesi, posso entrare e salutare tutti con un “cerea!” sentendomi rispondere nel caro idioma piemontese. Tiè!

15 luglio. I dieci tiri della via Gervasutti scorrono lisci, benché ancora adesso io debba capire come siamo riusciti a farli diventare undici. Ad ogni modo, il bello e lungo spigolo di calcare viene superato a suon di friend e dadi, ma usciamo in vetta ad ora tarda per una serie di ritardi precedenti l'attacco: uscita mancata ad Avigliana, interruzione della statale ad Exilles, e così via. Sono le 20:30 e siamo in vetta; l'ultima sosta sono due chiodi piantati esattamente ai piedi della statua della Madonna degli alpinisti che, appena giunto in cima, provvedo a baciare. Recupero Luca e dopo una serie di sfortunate esplorazioni troviamo finalmente il primo anello di calata sul versante est, nascosto dietro un angolo ad almeno cinquanta metri di distanza dalla cima. Malediciamo l'attrezzatore e alle 21:45 siamo nel canalone. Appena posati i piedi a terra è subito buio: nella sfortuna siamo stati fortunati. Scendiamo costeggiando la parete nord della Torre. Sembra quasi di sciare tanto è ripida e instabile la pietraia, ad ogni passo provochiamo piccole frane. Per pigrizia, per altro condivisa, non avevo portato il frontalino di emergenza perché pensavo che avremmo finito decisamente prima del tramonto;ci tocca ficcarci in bocca i cellulari (le mani servivano a non volare giù) ed usarli a guisa di torcia. Coll'oscurità, la Torre ci appare davvero imponente e maestosa, con la sua cresta irta di guglie e gendarmi, e nonostante si elevi per soli 200 metri sopra di noi abbiamo l'impressione che voglia piombarci addosso per soffocare i nostri insulsi lumicini.

La luna è altissima, rotonda, e ci rischiara la via. Scendendo non penso molto, perché mi fanno male i piedi, ho una sete furiosa, la pelle bruciata dal sole, voglio solo arrivare nel bosco dove troverò un comodo sentiero. Non si vede nessuna luce in lontananza, solo pietre, gli alberi lontani, sopra di noi un esercito di stelle riempe il cielo senza nuvole. È un paesaggio lunare e solo la macchia scura di un bosco di pini silvestri, sull'altro versante della valle, ci ricorda che siamo sulla Terra. Scendo senza parlare, anche per via del cellulare ficcato in bocca, e penso che siamo, noi due, le uniche forme di vita; invece quella pietraia pullulava di un'attività nascosta. Ad un certo punto mi accorgo di avere tra i piedi un puntino luminoso, fosforescente: mi chino ad osservare e scorgo una strana larva dotata della stessa luminescenza di una lucciola. Dopo poco, il ridicolo fascio di luce che ho davanti al naso viene attraversato da una falena, la quale finisce per posarmisi sulla mano; mi fermo qualche istante ad osservarla, prima che essa sparisca nuovamente nel buio. Continuano a susseguirsi inattese ma graditissime visite di insetti notturni.
Giunti a metà della pietraia ci arrestiamo per qualche istante. Ci voltiamo verso monte, la Torre Germana è lì, davanti a noi; illuminata dalla luna piena sembra quasi bianca, è meravigliosa contro il fondo nero del cielo maculato di stelle, sembra l'apparizione di una montagna incantata. Sembra il Purgatorio, il Paradiso terrestre, perché sulla sua piatta cima ha spazio per vivere una sparuta ventina di pini silvestri, ma da quaggiù fantastichiamo favolosi giardini e ruscelli e animali, e allora mi figuro la falena di prima scesa di lassù a ricordarmi la vita eterna, come vuole una leggenda. Ora la fatica è solo una gioia e mentre scendo continuo a voltarmi verso il nostro Eden notturno che, purtroppo, si fa via via più lontano. Solo ora incomincio ad apprezzare appieno l'idea di chi ha deciso di porre lassù una piccola statua della Madonna. Sorrido. Mai come quella notte mi sono sentito in dovere di inginocchiarmi. E come ogni notte in montagna, la luna, così limpida, mi ha dischiuso con una chiarezza rara le porte di altri mondi. È difficile comunicare che cosa doni allo spirito abitare in un mondo verticale dove affidi la tua vita ad un altro compagno, dove avverti la tua propria piccolezza di fronte alla natura, dove ti senti perduto nel buio perché non ci sono lampioni né cartelli luminosi, ma solo un silenzio inflessibile. Arrampicare, e forse è questo l'unico pensiero che mi riesce di esprimere a parole, ci mette di fronte alla nostra condizione umana e minuscola: siamo uomini, siamo un nulla paragonati alla montagna e a chi ha creato lei e noi; per quanto si cerchi di sfuggire alla morte e alla sofferenza attraverso la scienza, per quanto si cerchi di fingere una nostra patetica immortalità tecnologica, le crode svelano la menzogna.

Ore 2:00 del mattino, siamo al casello di Asti est. Ci separiamo, ognuno va al suo paese. Appena esco dalla macchina, col pensiero ancora volto alle meraviglie del mio Eden, prendo a starnutire energicamente. Intorno a noi una selva di indicazioni stradali, i lampioni squarciano piccoli brandelli di notte e un'area di sevizio sempre aperta sfida l'ora del riposo. Starnutisco sempre di più.
- Sei allergico? - mi chiede Luca.

- Sì, forse sono allergico alla pianura.

sabato 19 luglio 2008

Un link

Vi propongo un post dal blog del mio amico Antonio Gurrado. Leggete, gente, e meditate.

http://antoniogurrado.blogspot.com/2008/07/ogni-riferimento-fatti-e-persone.html

venerdì 18 luglio 2008

Rododendring, parte III - fine

Roccia con bollo, albero con bollo, roccia con bollo, albero con bollo. Roccia senza bollo.
- Mah, sono finiti i bolli
-E adesso?
-Ma sì, bisogna salire fin nel canalone, poi ci troviamo davanti un masso che lo ostruisce e che bisogna superare, passo di IV, cordino. Ipse dixit.
Forti del verbo ovigliano, ci inerpichiamo tra i rodododendri, sempre più fitti, ma del canalone nemmeno l'ombra.

Camminavamo ormai da quasi un'ora, nella costante e inappagata ricerca di un canalone e di un masso. Andavamo a tentoni, trovandoci costantemente sotto salti di roccia verticali alti anche dieci metri, i quali ci costringevano a lunghissimi raggiri, perché arrampicarli direttamente avrebbe richiesto troppo tempo e, soprattutto, maschera, pinne e boccaglio: colavano acqua come fontane. Il dubbio di aver sbagliato strada era forte. Eppure c'era la teleferica, c'era il ponticello, c'erano le tracce di sentiero, benché subito perdute. Ma la questione del tetto, assurda, ci angustiava.

Ci troviamo su una pietraia con grossi blocchi, la risaliamo faticosamente per un tempo infinito, forse due ore, forse tre, ancora non convinti del nostro errore, poi scorgiamo in alto un pianoro. L'unico modo per raggiungerlo è passare attraverso un' intricatissima rete di rododendri a cui ci aggrappiamo come animali in punto di morte.
- Vai col rododendring!
Rododendring, questa nuova tecnica di progressione, elaborata dal Jack e dal Malfe nella primavera del 2008, prevede il superamento di lunghi tratti impervi e ripidi tramite il solo provvidenziale ausilio del rododendro; si richiede che si giunga al sito prescelto per il rododendring dopo aver perso l'orientamento e aver percorso in tutta fretta almeno 1000 m di dislivello, portando sulla schiena non meno di venti chili tra chiodi, corde e ferramenta varia, il tutto rigorosamente inutile. Punto forte di questa disciplina è però la discesa, che va effettuata con lo stesso materiale inutile di cui sopra, avendo cura di scegliere un itinerario che si dipani tra cenge e colatoi gonfi di fango, doppie tra gli alberi, torrentismo su placche ben irrorate da acqua di fusione, traversi su pietraie instabili e pronte alla frana...

Sono le sette di sera, abbiamo camminato tutto il giorno. Alla fine lo Scoglio di Mroz l'abbiamo trovato un paio di chilometri più a monte, dopo essere ridiscesi sul fondovalle, dove, anche lì, c'era un ponticello, una strada che finiva e una vecchia stazione della teleferica sul cui tetto era cosa ragionevole salire, visto che terminava contro il pendio da risalire. Quando scoprimmo l'inganno ci guardammo senza dirci nulla, consapevoli della mutua idiozia. A nostra discolpa, forse, l'inaspettato clone incontrato più sotto: chi mai avrebbe immaginato che, più a monte ci sarebbe stata un'altra teleferica e un altro ponticello? Quelli giusti, però.

Sono le sette, sì, e ci troviamo giù, all'imbocco del Piantonetto. Siamo stravolti e ci sentiamo tremendamente stupidi: una domenica buttata via. C'è una falesia di miseri monotiri quasi attaccata alla strada, a Bugni, alla veneranda quota di 900 m; stanchi come bestie da soma ci incamminiamo, nella speranza di riuscire ad arrampicare almeno trenta metri per rimediare un poco la giornata prima che faccia buio del tutto. E mentre ci imbragavamo delusi e depressi, vergognandoci in silenzio della spavalderia del giorno prima, da lontano un contadino osservava incuriosito e perplesso questi due insoliti arrampicatori della sera, forse intuendo le loro sventure.

venerdì 11 luglio 2008

Rododendring, parte II

Appena scesi guardiamo il cielo: sopra di noi era blu e limpidissimo, ma, via via che facevamo scorrere lo sguardo verso la fine del vallone, il blu impallidiva gradualmente sino a sparire completamente in una nuvolaglia che celava la vista delle cime più lontane. Nuvole bianche, e dunque innocue, per carità, ma siccome avevamo calcolato ad occhio che il loro limite inferiore si aggirava tra i 2000 e i 2500 m non osavamo immaginare la nebbia che avremmo incontrato all'attacco della via. Il problema era dato dalla nostra completa ignoranza della morfologia del Becco, poiché non ci eravamo mai stati, e basarci su un disegno, una carta topografica e una bussola per trovare l'attacco persi nella nebbia non ci metteva di buon umore, benché fosse cosa già sperimentata; anzi, appunto per questo. Era giunto il momento che il Grande Capo dicesse, ancora una volta:
- Intanto andiamo, poi si vede.
Allora venne aperto il baule della macchina, con un poco di timore, in verità, e incominciammo a prepararci per nulla a cuor leggero secondo il rituale: via gli abiti civili, indosso le pelose camicie di flanella. Avevamo appena fatto in tempo ad indossare l'imbrago e gli scarponi e a compattare tutta la ferraglia nello zaino che subito il cielo si aprì in direzione del Becco.
- Ecco! - dico io, - guarda, uomo di poca fede, guarda che bel cielo blu che c'è là sopra...
- ... e guarda che bella roccia bianca!
Le innocue nuvole bianche erano in realtà pregne di umidità subito depositatasi sulla roccia sotto forma di un sottilissimo strato di neve, tanto bello a vedersi nel contrasto cromatico con l'azzurro quanto fastidioso. In quel momento avvertii un senso di sconforto e di rabbia che dovetti sfogare in una sonora imprecazione contro i numi celesti. Il buon Malfe, cautamente, biascicò queste parole:
- Ma Giacomo, ascolta, non sarà mica meglio lasciar stare? Con tutta la neve dei giorni scorsi e la spruzzatina di oggi non so davvero se sia fisicamente possibile arrampicare. Decidi tu però, sei tu il primo di cordata.
Il Malfe aveva ragione, sarebbe stato un azzardo. Confidavo nella verticalità della via, con la speranza che la neve caduta durante il mese si fosse fermata solo sulle cenge lasciando libera la parete; ma noi non eravamo diretti alla parete sud-est, bensì allo spigolo sud, il quale, come del resto ogni spigolo di questo mondo, presenta una morfologia decisamente più frastagliata e perciò ricca di cenge, terrazzini, larghi appoggi e anfratti i quali fanno da naturali ricettori di tutto ciò che il cielo scarica, sia esso pioggia o neve o altro. La nostra paura era trovare accumuli eccessivi alle soste e nelle fessure, per non parlare dell'avvicinamento che ci avrebbe richiesto come minimo gli sci (che non avevamo) o le ciaspole (che non avevamo); avevamo solo un paio di ramponi a testa, utili, ma che non ci avrebbero evitato di affondare fino alla cintola nel caso avessimo trovato neve fresca. E la neve era freschissima, quel mattino.
Tiro un sospiro profondo e sconsolato, mi appoggio alla Panda come se dovessi pensare per decidere, benché vi fosse ben poco che potesse venir deciso, e poi giunsi alla inevitabile conclusione:
- Caro mio, per oggi niente. Adesso sai che si fa? Ci infiliamo in macchina, dormiamo un'oretta, e poi andiamo a far un'altra colazione a Locana, adesso l'ora è quella giusta.
Il Malfe scuoteva il capo in segno di sconsolata approvazione.

Ma no! Cosa dico? Siamo nel Vallone del Piantonetto, accidenti, siamo circondati da roccia magnifica anche a bassa quota, ci sarà ben qualcosa da arrampicare, no? Esplodo in una risata maligna e compiaciuta e, con l'aria di chi ha scoperto la soluzione al male che ci affligge:
- Ferma! Chi ti ha detto di dormire? Forza, che rimediamo la giornata: la vedi quella piramide di granito? È lo Scoglio di Mroz. Alé, fai su tutto che si parte. Dai, un paio di vie lassù non ce le toglie nessuno.
La cima dello Scoglio non raggiunge i 2000 m e potevamo stare tranquilli perché avremmo incontrato al massimo qualche traccia di neve, ma niente di problematico. Lo Scoglio di Mroz è un'ardita piramide granitica, purtroppo non molto alta, ma con una forma elegantissima e severa che, nonostante le sue dimensioni ridotte, incute timore e rispetto, soprattutto se osservata dal basso e da poca distanza.
Fortuna vuole che avessimo con noi quella bella guida scritta da Maurizio Oviglia in cui trovava spazio anche lo Scoglio di Mroz. Leggiamo: avvicinamento 45 minuti. Perfetto, rispetto alle quattro ore che avevamo preventivato per il Becco è una passeggiata.

Carichi come facchini di corde e ferramenta varia, ci avviamo verso la vecchia stazione della teleferica. La guida diceva di portarsi a destra della costruzione, di salire sul tetto e poi proseguire nel bosco per ripide tracce di sentiero.
- Ma come sarebbe a dire “salire sul tetto”? Ma Oviglia era ubriaco?
- No, dice proprio così: “salire sul tetto della vecchia costruzione”
- E già, e poi dove vai una volta che sei sul tetto?
- Nel bosco
- Sì, se nel frattempo non ti sei rotto l'osso del collo per buttarti giù e noi sei rimasto trafitto da quegli spuntoni di ferro che escono dal terreno
- Ma c'è scritto davvero così .
Ci guardavamo perplessi e, mentre calcolavamo che il tetto verde della stazione, nel suo punto più basso, distava circa quattro-cinque metri da terra e ci interrogavamo su che senso avesse salire sul tetto di una teleferica, fioccavano battute salaci sulla salute mentale di Oviglia e sui suoi valori di alcolemia. Tuttavia una traccia di bolli rossi partiva poco distante da noi e si perdeva tra i larici: c'era qualcosa che ci sfuggiva.

continua...


Technorati Profile

giovedì 10 luglio 2008

Rododendring, parte I

Ore 3:00 : il molestissimo suono di una sveglia elettronica mi rapisce dal mio breve sonno. La sera prima mi ero messo a letto molto presto, come al solito, eppure, e ancora come al solito, il pensiero del giorno seguente non mi aveva concesso il previdente riposo. Sono le 3:00, anzi le 2:55, perché punto la sveglia sempre cinque minuti prima per poter essere sicuro di posare il piede fuori dal letto esattamente all'ora desiderata. E dunque alle 3:00 cercavo puntualmente di trovare nell'acqua gelida un aiuto al gonfiore dei miei occhi dopo appena cinque ore di sonno.

Una delle cose più difficili è fare colazione senza svegliare nessuno. Come sempre ridevo di me stesso e della mia solita “colazione” montagnina, alle tre del mattino: un etto di pasta in bianco cotta il pomeriggio prima, mezzo litro di tè, eventualmente sostituibile con “Purity” o “Benessere” o chissà quale altra indecifrabile tisana acquistata dalla estroversa fantasia di mia madre non conta, l'importante è solo mandare giù qualcosa di caldo, soprattutto per lubrificare la pasta semiscotta, un po' restia a farsi deglutire; e poi prosciutto, formaggio, pane, a seguire qualcosa di dolce. Ma poco, perché il dolce al mattino mi nausea.
Pensavo eccitato. Era il ventisei aprile, secondo il meteo una delle rarissime giornate di sole di tutto il mese. Aveva nevicato abbondantemente, lo zero termico molto basso, sicché ancora la settimana precedente la quota neve si aggirava attorno ai 1500 m. Quel ventisei aprile la destinazione era la via “Pin-up” al Becco Meridionale della Tribolazione, Vallone del Piantonetto. Non vi ero mai stato e non vedevo l'ora di poter finalmente entrare in uno dei luoghi sacri dell'alpinismo piemontese. Il tipico entusiasmo cedeva però un poco all'apprensione, perché giusto la sera prima avevo telefonato al Rifugio Pontese per sincerarmi delle condizioni; dopo aver detto al gestore delle mie intenzioni, quegli mi disse:
- Guarda, a 2000 m ci sono trenta centimetri, considerando che sul Becco sei a 3300 m, fai un po' tu. Poi lo zero termico a mezzogiorno lo danno poco sopra i 2000: anche qui fai un po' tu.

Sono un tipo testardo e riesco a contagiare anche i miei compagni di cordata, i quali, forse anche per sfinimento morale, non osano opporsi più di tanto. Così, alle ore 4:00, mi incontravo con il Malfe, il quale, pur nutrendo una certa fiducia nei miei confronti, quel mattino era dubbioso. Lo accolgo con un
- Sa', andiamo intanto, poi si vede - una cosa che dico spesso in questi casi.

Il viaggio in macchina, la mia amatissima Panda, rossa e imbattibile scalatrice di impressionanti sterrati, trascorse liscio come sempre. Si parla per tenersi svegli secondo un copione prestabilito: della benzina e delle donne ci si lamenta, si elogiano i fine settimana di roccia e montagna antidoto alla pianura (e alle donne), ci si narra per l'ennesima volta le proprie avventure; silenzio; al silenzio segue la solita arguta osservazione che tendiamo a dimenticare di volta in volta, ovvero che loderemmo di meno i fine settimana di roccia se avessimo più donne, tuttavia non tarda a farsi sentire l'obiezione che propone come argomento l'esempio di un nostro amico del Soccorso Alpino che, scapolo un poco disperato, ha abbandonato corda e scarponi per una fanciulla a noi ignota; a seguito dell'obiezione esplodiamo all'unisono con un <<
No! no! Mai come lui! Guarda come è stato circuito! È proprio vero che tira di più un ... etc. >>; alla fine torniamo a ribadire rincuorati la superiorità della montagna; secondo silenzio; repentina segue la conclusione: occorrono donne che vadano in montagna, ecco. Ma la conclusione è solo parziale, ché subito ci si arrovella sullo status ontologico di questa rarissima specie di femmina del genere Homo, la Femina montagnina vel bergensis, secondo noi abbastanza chimerica; questo problema innescò un accesissimo dibattito, combattuto a suon di esempi, controesempi e ingiurie, che non si interruppe più e ci tenne compagnia fino alla destinazione di arrivo.

Ore 6:00. Piede a terra: siamo nel mitico Vallone del Piantonetto.

continua...