ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

sabato 17 maggio 2008

Musica da chiesa, musica da museo

L'epoca moderna, come bene ci ha mostrato André Malraux in molti dei suoi lavori, è l'epoca in cui si fortifica definitivamente un nuovo modo di sentire l'arte, il quale si concretizza nel fenomeno del museo. Il museo è un oggetto del tutto moderno, se considerato come il luogo in cui convergono per una simultanea fruizione, perché assieme riunite, opere d'arte le più lontane per tempo, stile, collocazione, destinazione, funzione. Il museo è il luogo della decontestualizzazione dell'opera d'arte, dove gli amanti del bello possono godere di affreschi staccati dalle loro sedi originarie, di pale d'altare e polittici smembrati e privati delle cornici, magari dopo essere usciti da una sala d'arte egizia e prima di raggiungere il frontone di un tempio greco, senza curarsi troppo del fatto che tali opere furono concepite per scopi diversi dalla curiosità estetica, per altro pienamente legittima, dell'uomo moderno. Antiche opere votive si disperdono e si frazionano nelle collezioni di Europa e America, acquistando, rispetto ai loro originari, altri e diversissimi significati, anzi, altre e diversissime funzioni. Funzione: è questa la parola di fronte alla quale occorre fermarsi, una parola che sa accendere roventi polemiche, la prima delle quali si rivolge rabbiosa alla radice stessa della questione; alla domanda, cioè, circa la possibilità di attribuire all'arte una funzione diversa da sé medesima; l'art pour l'art, in altre parole: le parole dell'età del museo, a quanto pare. La densità del problema mi porta a disperare delle mie energie mentali, sicché, non avendo l'ardire né l'inavvedutezza di proporre soluzioni dirimenti, me ne astengo per cautela; e tuttavia, non volendo lasciare spazio al disimpegno della rinuncia, vorrei in queste poche righe esprimere almeno qualche minima considerazione a partire dalla mia personale esperienza: la musica.

Suonare in pubblico, come del resto ogni altra forma di esibizione, richiede alcuni presupposti pragmatici, diciamo così; richiede una certa disposizione del pubblico nei confronti dell'esecutore, nella consapevolezza che si è un certo luogo per un certo preciso evento, il concerto, e non per altro, richiede una serie di riti da espletare (per esempio applaudire o fischiare a seconda del gradimento) e di norme da rispettare (per esempio mantenere silenzio e compostezza durante l'esecuzione), così come, nell'esecutore, si troverà la costante preoccupazione di mostrare ai presenti le proprie capacità e la propria bravura. Tutto ciò avviene in mutuo e naturale accordo quando al centro dell'attenzione c'è l'evento musicale. Questo è il museo della musica. Ben diverse sono le cose quando la musica è presente in contesti diversi, nei quali essa si inserisce sì come elemento importante, ma non centrale, oppure vi si inserisce addirittura come elemento servile. L'esempio che mi coinvolge più da vicino è il servizio liturgico. Pur deprecando la crisi della musica liturgica, e sacra in genere, in seguito ad una miope interpretazione del Concilio Vaticano II da cui è stata portata ad un progressivo involgarimento e scadimento nell'insulsità delle canzonette da oratorio estivo, si può ben dire che la musica, in ispecie organistica, giochi ancora un ruolo fondamentale nella liturgia. Fondamentale, e non centrale, ché altro centro non potrebbe esserci se non il compiersi del mistero divino; ed è questa una cosa che ogni buon organista dovrebbe tenere bene a mente, perché non è certo per ascoltare le sue prodezze che i fedeli si riuniscono. La musica liturgica, nel suo contesto originario, non si presenta al pubblico nelle forme del concerto, del “museo”; essa è semplice ancilla, è una serva il cui compito ultimo è uno ed uno solo, ovvero contribuire alla glorificazione del Signore. Nondimeno essa è arte, ed anzi arte somma in alcuni casi, ma la sua bellezza non è altro che l'offerta di un più ricco ufficio. La tentazione del museo è sempre pronta a sottrarre gli Ave Maris Stella e le Toccate per l'Elevazione dal luogo loro consono e naturale per trasferirle in sale da concerto, dischi, radio. Una tentazione che non può che incontrare i favori dell'organista, sempre distretto dalla necessità di temperare le proprie aspirazioni personali con le esigenze del rito, quasi da sentirsene vessato, sicché egli si vede finalmente e pienamente apprezzato al di fuori della liturgia e si rifugia di buon grado tra le braccia conclamanti di un più attento ed appassionato uditorio. Ben venga, dopo tutto non penso che la musica, come del resto l'arte in generale, abbia dei canali obbligatori per la sua fruizione. Credo che vi siano dei canali preferenziali, questo sì, ma nessuno di essi è tale da precludere percorsi alternativi e l'arricchimento che in genere ne deriva. Ciò che mi preme dire è insomma questo: anche al di fuori del “concerto” si possono provare tramite la musica meravigliose esperienze. Un'esperienza duplice, perché agisce sia dal lato dell'ascoltatore sia da quello dell'esecutore: mi sembra naturale che anche l'organista provi delle emozioni. Ebbene, i fedeli che si recano a messa non sono in quel luogo per ascoltarmi, non sono un pubblico colto e raffinato, quando escono non applaudono, eppure l'idea di offrire anche al semplice e all'uomo della strada qualcosa che forse solo in chiesa ha modo di ascoltare, non importa con quale attenzione o partecipazione, mi rende felice. A modo suo, anche l'organista è un servo nella vigna, a modo suo offre anch'egli i suoi doni migliori alla mensa del Signore; anche la musica è frutto di fatica e lavoro, tanto quanto il pane e il vino. Mi piace credere che essa sia anche un mezzo di elevazione spirituale e che contribuisca alla crescita dell'individuo, fedele e non, sia egli l'ascoltatore o l'organista stesso. Un mezzo, sì: perché mai il riconoscere che l'arte, nella sua raggiunta autonomia, possiede il suo supremo valore entro sé stessa dovrebbe per ciò stesso risolversi in una negazione di qualsiasi valore strumentale della medesima? Io sono intimamente convinto che l'arte non sia riducibile né alla condizione di mero strumento né a quella, altrettanto dannosa, di oggetto fine a sé stesso, perché essa è compromessa con le cose umane, eppur non così tanto da non riuscire in qualche misura a trascenderle: se essa non possedesse ad un tempo entrambe queste caratteristiche, noi avremmo un'arte lontana dal mondo reale e nemmeno capace di sopravvivergli. L'arte può essere usata per qualcosa, per uno scopo preciso, come ad esempio nella sua destinazione liturgica, oppure ha tutto il diritto di essere semplicemente goduta di per sé: praticare l'una delle due operazioni non esclude l'altra. Ecco perché provo egualmente piacere, nelle vesti dell'esecutore e in quelle dell'ascoltatore indifferentemente, in un'arte sia da “museo” sia da “chiesa”, se così posso esprimermi: il piacere di sapere che essa sa declinarsi in una pluralità di livelli di utilizzo e godimento si risolve nel piacere che deriva dal saper apprezzare questo suo lato di multiforme ricchezza. Non per niente le più grandi creazioni hanno sempre qualcosa di nuovo da dire.

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