ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

mercoledì 9 luglio 2008

Divagazioni pavesi I

Ripropongo qui ciò che ho scritto, credo, un paio di mesi fa o forse più.

Oggi sono andato a correre: senza musica, da solo, sicché non mi restava che pensare nella fluidità che solo il correre e la solitudine riescono a regalare. Pavia è una città che mi sorprende, tanto più perché spesso discreta nell'esibire le proprie grazie, anch'esse, in parte, altrettanto discrete. Non ci sono archi di trionfo a segnare la fine di larghi viali, solo strettissime torri e campanili emergono dalla fitta trama di strade e una cupola imbrigliata di impalcature. Eppure, nei rari momenti in cui riesco a trovare quel prezioso stato di grazia, lontano dalla fretta compulsiva, ho modo di stupirmi perché finalmente apro gli occhi alle densità dei secoli che si sono accumulati qui, anche nella mia camera, giovane di cinquecento anni. Sono andato a correre, oggi, alla fine di una giornata di pioggia. Passo il ponte coperto, attraverso Borgo Ticino per il lungo fiume, mi tuffo nei campi e nelle coltivazioni di faggi. Qui la città non si è cinta di fabbriche e capannoni, la strada, con una linea netta, passa dall'asfalto alla terra, le case che guardano il fiume finiscono senza retorica di incroci, semafori, rotonde. Finiscono e basta. Proseguo, un paio di curve, passo il ponticello su una roggia e, prima di averne varcato la metà, un odore acre di selvatico. Appena la vista si libera, trovo un gregge di pecore e capre e una mezza dozzina di asini, il pastore accovacciato mi dà le spalle appoggiandosi al bastone, mentre un paio di cani dagli occhi uno marrone e uno blu mi scortano per un pezzo, trotterellandomi accanto. Per qualche istante mi sono sentito gettato in un altro mondo di un altro tempo: intorno alla strada che faccio per andare a correre non c'è traccia umana: a sinistra il placido fiume con una lunga riva di pioppi, a destra ora un prato, ora ancora pioppi e qualche faggio. Dopo circa un chilometro si trova la Cascina Longobarda, sorta di casa nel bosco di Hänsel e Gretel un poco più addomesticata, circondata com'è dalle lunghe file dei pioppi, ordinate e pulite. Ho rallentato fino quasi a camminare, per respirare l'aria ancora pregna dell'odore delle capre passate di lì e della terra bagnata. Silenzio. Per un momento ho creduto di essere in Siberia d'estate e di vedere spuntare da dietro la riva un Dersu Uzala... Correre cambia la percezione delle cose, i pensieri diventano più liquidi, quasi freudianamente pre-notturni, si liberano dalla inferenzialità repressiva e rimovente, rimangono sospesi tra la consequenzialità del mondo reale e le libere peregrinazioni della psiche. Pavia sorprende, dicevo, e nel mio ritorno alla terra ho sentito tutta la storia dei secoli riaffiorare dai pori delle piante e dalle pietre; immaginavo, leggendo il nome della Longobarda, l'assedio di Carlo a Desiderio nel 774, gli accampamenti franchi, gli acquitrini; sulla via del ritorno la cupola imbrigliata, il duomo puntellato da maldestri contrafforti di cemento per sostenere le deboli ginocchia del Bramante, le torri che barcollano per il cedimento del terreno, e la via per cui sempre passo, quando vado a correre, dove si trova un altarolo dedicato alla Vergine a cui qualche anima pia provvede una quotidiana deposizione di fiori freschi. A tal proposito mi è stato raccontato un aneddoto che risale ai primi anni del Novecento, quando ci fu una gran polemica, perché l'altarolo si trovava a pochi passi dal bordello della città: fu chiamato in causa il sindaco da chi si sentiva vituperato dall'adiacente luogo di lussuria con la richiesta di una riparatrice chiusura, ma a fronte di altrettanto vive proteste, e di altra natura, s'intende, fu creata una commissione atta a stabilire se la distanza tra i due luoghi fosse sufficiente a permettere l'esercizio delle due “contigue attività di meretricio e mariana devozione”. Forse Pavia, più di altre città, presenta realtà contrastanti e nello stesso tempo riesce ad attutirne ogni contrasto, città e campagna, devozione e meretricio.... nella discrezione.

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