ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

martedì 22 luglio 2008

La linguistica e il buco della serratura

La linguistica, come per altro tutte le scienze, può riuscire estremamente esclusiva. Esclusiva perché accessibile, ad un certo livello, solo a pochi; ma esclusiva anche perché (e questo invece un po' a tutti i livelli) limitantesi a sé stessa. Autoreferenziale, essa scova nuovi problemi guardandosi in uno specchio; col passare del tempo si accumulano conoscenze, si raffinano i metodi, eppure ciò che si produce è troppo spesso un mero autoritratto. A forza di guardare nello specchio si è finiti col credere che sia esso il mondo, che ciò che si trova al di là di una cornice-recinto più o meno ampia sia null'altro che il caos extralinguistico di cui la linguistica non dovrebbe curarsi. Perché mai? Canonica risposta: la linguistica deve occuparsi di problemi linguistici, pena la debolezza metodologica, pena la scarsa specializzazione, pena... Come dar contro a simili affermazioni? Indubbiamente sono vere, dopo tutto la linguistica è la linguistica e non un'altra scienza: ad altri l'onere di preoccuparsi della struttura della psiche o della materia. Eppure credo che sfugga una sottigliezza (in realtà non troppo sottile). La linguistica non solo deve mettere in in discussione i propri metodi, deve innanzi tutto mettere in discussione sé stessa, le ragioni e le possibilità stesse della sua esistenza; e questo, mi pare, viene fatto di rado.
Propongo una metafora: la linguistica dovrebbe essere un buco della serratura da cui spiare le cose del mondo, tutte. E così dovrebbe essere per ogni scienza. In fondo, il buco della serratura è uno spiraglio da cui osservare la realtà; è un punto di vista, più semplicemente. Ma è un punto di vista globale: per quanto piccolo e limitato, attraverso di esso occorre scrutare l'orizzonte per intero. Fuor di metafora, sarebbe bello se si riuscisse ausperare il vizio di fondo della scienza contemporanea, ovvero l'idea che sia possibile separare la realtà, dividerla in pezzettini sui quali operare esperimenti e dunque, così facendo, dominarla. Mi si perdoni l'eresia, non sono un fisico ma un linguista e dunque posso forse permettermi di dire certe cose senza troppa colpa, ma per me la realtà non funziona affatto in una tale maniera. Io sono convinto che ci sia un Tutto da comprendere, sia che lo si faccia attraverso il linguaggio, che attraverso la fisica o altro, e che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio.

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