ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

giovedì 10 luglio 2008

Rododendring, parte I

Ore 3:00 : il molestissimo suono di una sveglia elettronica mi rapisce dal mio breve sonno. La sera prima mi ero messo a letto molto presto, come al solito, eppure, e ancora come al solito, il pensiero del giorno seguente non mi aveva concesso il previdente riposo. Sono le 3:00, anzi le 2:55, perché punto la sveglia sempre cinque minuti prima per poter essere sicuro di posare il piede fuori dal letto esattamente all'ora desiderata. E dunque alle 3:00 cercavo puntualmente di trovare nell'acqua gelida un aiuto al gonfiore dei miei occhi dopo appena cinque ore di sonno.

Una delle cose più difficili è fare colazione senza svegliare nessuno. Come sempre ridevo di me stesso e della mia solita “colazione” montagnina, alle tre del mattino: un etto di pasta in bianco cotta il pomeriggio prima, mezzo litro di tè, eventualmente sostituibile con “Purity” o “Benessere” o chissà quale altra indecifrabile tisana acquistata dalla estroversa fantasia di mia madre non conta, l'importante è solo mandare giù qualcosa di caldo, soprattutto per lubrificare la pasta semiscotta, un po' restia a farsi deglutire; e poi prosciutto, formaggio, pane, a seguire qualcosa di dolce. Ma poco, perché il dolce al mattino mi nausea.
Pensavo eccitato. Era il ventisei aprile, secondo il meteo una delle rarissime giornate di sole di tutto il mese. Aveva nevicato abbondantemente, lo zero termico molto basso, sicché ancora la settimana precedente la quota neve si aggirava attorno ai 1500 m. Quel ventisei aprile la destinazione era la via “Pin-up” al Becco Meridionale della Tribolazione, Vallone del Piantonetto. Non vi ero mai stato e non vedevo l'ora di poter finalmente entrare in uno dei luoghi sacri dell'alpinismo piemontese. Il tipico entusiasmo cedeva però un poco all'apprensione, perché giusto la sera prima avevo telefonato al Rifugio Pontese per sincerarmi delle condizioni; dopo aver detto al gestore delle mie intenzioni, quegli mi disse:
- Guarda, a 2000 m ci sono trenta centimetri, considerando che sul Becco sei a 3300 m, fai un po' tu. Poi lo zero termico a mezzogiorno lo danno poco sopra i 2000: anche qui fai un po' tu.

Sono un tipo testardo e riesco a contagiare anche i miei compagni di cordata, i quali, forse anche per sfinimento morale, non osano opporsi più di tanto. Così, alle ore 4:00, mi incontravo con il Malfe, il quale, pur nutrendo una certa fiducia nei miei confronti, quel mattino era dubbioso. Lo accolgo con un
- Sa', andiamo intanto, poi si vede - una cosa che dico spesso in questi casi.

Il viaggio in macchina, la mia amatissima Panda, rossa e imbattibile scalatrice di impressionanti sterrati, trascorse liscio come sempre. Si parla per tenersi svegli secondo un copione prestabilito: della benzina e delle donne ci si lamenta, si elogiano i fine settimana di roccia e montagna antidoto alla pianura (e alle donne), ci si narra per l'ennesima volta le proprie avventure; silenzio; al silenzio segue la solita arguta osservazione che tendiamo a dimenticare di volta in volta, ovvero che loderemmo di meno i fine settimana di roccia se avessimo più donne, tuttavia non tarda a farsi sentire l'obiezione che propone come argomento l'esempio di un nostro amico del Soccorso Alpino che, scapolo un poco disperato, ha abbandonato corda e scarponi per una fanciulla a noi ignota; a seguito dell'obiezione esplodiamo all'unisono con un <<
No! no! Mai come lui! Guarda come è stato circuito! È proprio vero che tira di più un ... etc. >>; alla fine torniamo a ribadire rincuorati la superiorità della montagna; secondo silenzio; repentina segue la conclusione: occorrono donne che vadano in montagna, ecco. Ma la conclusione è solo parziale, ché subito ci si arrovella sullo status ontologico di questa rarissima specie di femmina del genere Homo, la Femina montagnina vel bergensis, secondo noi abbastanza chimerica; questo problema innescò un accesissimo dibattito, combattuto a suon di esempi, controesempi e ingiurie, che non si interruppe più e ci tenne compagnia fino alla destinazione di arrivo.

Ore 6:00. Piede a terra: siamo nel mitico Vallone del Piantonetto.

continua...

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