ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

venerdì 11 luglio 2008

Rododendring, parte II

Appena scesi guardiamo il cielo: sopra di noi era blu e limpidissimo, ma, via via che facevamo scorrere lo sguardo verso la fine del vallone, il blu impallidiva gradualmente sino a sparire completamente in una nuvolaglia che celava la vista delle cime più lontane. Nuvole bianche, e dunque innocue, per carità, ma siccome avevamo calcolato ad occhio che il loro limite inferiore si aggirava tra i 2000 e i 2500 m non osavamo immaginare la nebbia che avremmo incontrato all'attacco della via. Il problema era dato dalla nostra completa ignoranza della morfologia del Becco, poiché non ci eravamo mai stati, e basarci su un disegno, una carta topografica e una bussola per trovare l'attacco persi nella nebbia non ci metteva di buon umore, benché fosse cosa già sperimentata; anzi, appunto per questo. Era giunto il momento che il Grande Capo dicesse, ancora una volta:
- Intanto andiamo, poi si vede.
Allora venne aperto il baule della macchina, con un poco di timore, in verità, e incominciammo a prepararci per nulla a cuor leggero secondo il rituale: via gli abiti civili, indosso le pelose camicie di flanella. Avevamo appena fatto in tempo ad indossare l'imbrago e gli scarponi e a compattare tutta la ferraglia nello zaino che subito il cielo si aprì in direzione del Becco.
- Ecco! - dico io, - guarda, uomo di poca fede, guarda che bel cielo blu che c'è là sopra...
- ... e guarda che bella roccia bianca!
Le innocue nuvole bianche erano in realtà pregne di umidità subito depositatasi sulla roccia sotto forma di un sottilissimo strato di neve, tanto bello a vedersi nel contrasto cromatico con l'azzurro quanto fastidioso. In quel momento avvertii un senso di sconforto e di rabbia che dovetti sfogare in una sonora imprecazione contro i numi celesti. Il buon Malfe, cautamente, biascicò queste parole:
- Ma Giacomo, ascolta, non sarà mica meglio lasciar stare? Con tutta la neve dei giorni scorsi e la spruzzatina di oggi non so davvero se sia fisicamente possibile arrampicare. Decidi tu però, sei tu il primo di cordata.
Il Malfe aveva ragione, sarebbe stato un azzardo. Confidavo nella verticalità della via, con la speranza che la neve caduta durante il mese si fosse fermata solo sulle cenge lasciando libera la parete; ma noi non eravamo diretti alla parete sud-est, bensì allo spigolo sud, il quale, come del resto ogni spigolo di questo mondo, presenta una morfologia decisamente più frastagliata e perciò ricca di cenge, terrazzini, larghi appoggi e anfratti i quali fanno da naturali ricettori di tutto ciò che il cielo scarica, sia esso pioggia o neve o altro. La nostra paura era trovare accumuli eccessivi alle soste e nelle fessure, per non parlare dell'avvicinamento che ci avrebbe richiesto come minimo gli sci (che non avevamo) o le ciaspole (che non avevamo); avevamo solo un paio di ramponi a testa, utili, ma che non ci avrebbero evitato di affondare fino alla cintola nel caso avessimo trovato neve fresca. E la neve era freschissima, quel mattino.
Tiro un sospiro profondo e sconsolato, mi appoggio alla Panda come se dovessi pensare per decidere, benché vi fosse ben poco che potesse venir deciso, e poi giunsi alla inevitabile conclusione:
- Caro mio, per oggi niente. Adesso sai che si fa? Ci infiliamo in macchina, dormiamo un'oretta, e poi andiamo a far un'altra colazione a Locana, adesso l'ora è quella giusta.
Il Malfe scuoteva il capo in segno di sconsolata approvazione.

Ma no! Cosa dico? Siamo nel Vallone del Piantonetto, accidenti, siamo circondati da roccia magnifica anche a bassa quota, ci sarà ben qualcosa da arrampicare, no? Esplodo in una risata maligna e compiaciuta e, con l'aria di chi ha scoperto la soluzione al male che ci affligge:
- Ferma! Chi ti ha detto di dormire? Forza, che rimediamo la giornata: la vedi quella piramide di granito? È lo Scoglio di Mroz. Alé, fai su tutto che si parte. Dai, un paio di vie lassù non ce le toglie nessuno.
La cima dello Scoglio non raggiunge i 2000 m e potevamo stare tranquilli perché avremmo incontrato al massimo qualche traccia di neve, ma niente di problematico. Lo Scoglio di Mroz è un'ardita piramide granitica, purtroppo non molto alta, ma con una forma elegantissima e severa che, nonostante le sue dimensioni ridotte, incute timore e rispetto, soprattutto se osservata dal basso e da poca distanza.
Fortuna vuole che avessimo con noi quella bella guida scritta da Maurizio Oviglia in cui trovava spazio anche lo Scoglio di Mroz. Leggiamo: avvicinamento 45 minuti. Perfetto, rispetto alle quattro ore che avevamo preventivato per il Becco è una passeggiata.

Carichi come facchini di corde e ferramenta varia, ci avviamo verso la vecchia stazione della teleferica. La guida diceva di portarsi a destra della costruzione, di salire sul tetto e poi proseguire nel bosco per ripide tracce di sentiero.
- Ma come sarebbe a dire “salire sul tetto”? Ma Oviglia era ubriaco?
- No, dice proprio così: “salire sul tetto della vecchia costruzione”
- E già, e poi dove vai una volta che sei sul tetto?
- Nel bosco
- Sì, se nel frattempo non ti sei rotto l'osso del collo per buttarti giù e noi sei rimasto trafitto da quegli spuntoni di ferro che escono dal terreno
- Ma c'è scritto davvero così .
Ci guardavamo perplessi e, mentre calcolavamo che il tetto verde della stazione, nel suo punto più basso, distava circa quattro-cinque metri da terra e ci interrogavamo su che senso avesse salire sul tetto di una teleferica, fioccavano battute salaci sulla salute mentale di Oviglia e sui suoi valori di alcolemia. Tuttavia una traccia di bolli rossi partiva poco distante da noi e si perdeva tra i larici: c'era qualcosa che ci sfuggiva.

continua...


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