ATTENZIONE: Da oggi, lunedì 28 luglio 2008, questo blog sarà ufficialmente uno e trino: su "Glottodiversity" si troveranno i post di linguistica, su "La croda" i post di montagna" e su "Saturalanx" tutto il resto che mi passa per la mente: arte, musica e filosofia soprattutto (per rimediare alla mancanza, per ora, di una pagina specifica). Chiedo scusa per la macchinosità dell'operazione, ma il motivo è un'esigenza di chiarezza: dedicare ai miei argomenti principali spazi separati tali da permettere a voi lettori una più agevole navigazione e ricerca degli articoli, vantaggio che certo compensa il piccolo disagio della frammentazione. Inoltre saranno copiati sulle diverse pagine di competenza gli articoli già pubblicati, pur non rimuovendoli dalla loro sede originaria. Divide et imperat.

domenica 20 luglio 2008

Torre Germana, notturno

13 luglio 2008. Guardo il meteo per martedì 15: le previsioni danno tempo splendido, assenza di precipitazioni su tutto l'arco alpino occidentale. Benissimo, con un paio di email è tutto deciso: Torre Germana, Valle Stretta, Italia... oh, pardon, Francia: questa bellissima valle, in tutto e per tutto piemontese, è divenuta Vallée Etroite dopo la seconda guerra mondiale. Io ho solo un'ipotesi: i Francesi, con la scusa della vittoria, della pugnalata alle spalle ecc... se la sono accaparrata unicamente per la sua bellezza, mica per motivi politici. In ogni caso, mi fa piacere che lì, su suolo francese, ci sia un rifugio gestito da italiani e che si chiama “III Alpini”, perché lì, alla faccia dei Francesi, posso entrare e salutare tutti con un “cerea!” sentendomi rispondere nel caro idioma piemontese. Tiè!

15 luglio. I dieci tiri della via Gervasutti scorrono lisci, benché ancora adesso io debba capire come siamo riusciti a farli diventare undici. Ad ogni modo, il bello e lungo spigolo di calcare viene superato a suon di friend e dadi, ma usciamo in vetta ad ora tarda per una serie di ritardi precedenti l'attacco: uscita mancata ad Avigliana, interruzione della statale ad Exilles, e così via. Sono le 20:30 e siamo in vetta; l'ultima sosta sono due chiodi piantati esattamente ai piedi della statua della Madonna degli alpinisti che, appena giunto in cima, provvedo a baciare. Recupero Luca e dopo una serie di sfortunate esplorazioni troviamo finalmente il primo anello di calata sul versante est, nascosto dietro un angolo ad almeno cinquanta metri di distanza dalla cima. Malediciamo l'attrezzatore e alle 21:45 siamo nel canalone. Appena posati i piedi a terra è subito buio: nella sfortuna siamo stati fortunati. Scendiamo costeggiando la parete nord della Torre. Sembra quasi di sciare tanto è ripida e instabile la pietraia, ad ogni passo provochiamo piccole frane. Per pigrizia, per altro condivisa, non avevo portato il frontalino di emergenza perché pensavo che avremmo finito decisamente prima del tramonto;ci tocca ficcarci in bocca i cellulari (le mani servivano a non volare giù) ed usarli a guisa di torcia. Coll'oscurità, la Torre ci appare davvero imponente e maestosa, con la sua cresta irta di guglie e gendarmi, e nonostante si elevi per soli 200 metri sopra di noi abbiamo l'impressione che voglia piombarci addosso per soffocare i nostri insulsi lumicini.

La luna è altissima, rotonda, e ci rischiara la via. Scendendo non penso molto, perché mi fanno male i piedi, ho una sete furiosa, la pelle bruciata dal sole, voglio solo arrivare nel bosco dove troverò un comodo sentiero. Non si vede nessuna luce in lontananza, solo pietre, gli alberi lontani, sopra di noi un esercito di stelle riempe il cielo senza nuvole. È un paesaggio lunare e solo la macchia scura di un bosco di pini silvestri, sull'altro versante della valle, ci ricorda che siamo sulla Terra. Scendo senza parlare, anche per via del cellulare ficcato in bocca, e penso che siamo, noi due, le uniche forme di vita; invece quella pietraia pullulava di un'attività nascosta. Ad un certo punto mi accorgo di avere tra i piedi un puntino luminoso, fosforescente: mi chino ad osservare e scorgo una strana larva dotata della stessa luminescenza di una lucciola. Dopo poco, il ridicolo fascio di luce che ho davanti al naso viene attraversato da una falena, la quale finisce per posarmisi sulla mano; mi fermo qualche istante ad osservarla, prima che essa sparisca nuovamente nel buio. Continuano a susseguirsi inattese ma graditissime visite di insetti notturni.
Giunti a metà della pietraia ci arrestiamo per qualche istante. Ci voltiamo verso monte, la Torre Germana è lì, davanti a noi; illuminata dalla luna piena sembra quasi bianca, è meravigliosa contro il fondo nero del cielo maculato di stelle, sembra l'apparizione di una montagna incantata. Sembra il Purgatorio, il Paradiso terrestre, perché sulla sua piatta cima ha spazio per vivere una sparuta ventina di pini silvestri, ma da quaggiù fantastichiamo favolosi giardini e ruscelli e animali, e allora mi figuro la falena di prima scesa di lassù a ricordarmi la vita eterna, come vuole una leggenda. Ora la fatica è solo una gioia e mentre scendo continuo a voltarmi verso il nostro Eden notturno che, purtroppo, si fa via via più lontano. Solo ora incomincio ad apprezzare appieno l'idea di chi ha deciso di porre lassù una piccola statua della Madonna. Sorrido. Mai come quella notte mi sono sentito in dovere di inginocchiarmi. E come ogni notte in montagna, la luna, così limpida, mi ha dischiuso con una chiarezza rara le porte di altri mondi. È difficile comunicare che cosa doni allo spirito abitare in un mondo verticale dove affidi la tua vita ad un altro compagno, dove avverti la tua propria piccolezza di fronte alla natura, dove ti senti perduto nel buio perché non ci sono lampioni né cartelli luminosi, ma solo un silenzio inflessibile. Arrampicare, e forse è questo l'unico pensiero che mi riesce di esprimere a parole, ci mette di fronte alla nostra condizione umana e minuscola: siamo uomini, siamo un nulla paragonati alla montagna e a chi ha creato lei e noi; per quanto si cerchi di sfuggire alla morte e alla sofferenza attraverso la scienza, per quanto si cerchi di fingere una nostra patetica immortalità tecnologica, le crode svelano la menzogna.

Ore 2:00 del mattino, siamo al casello di Asti est. Ci separiamo, ognuno va al suo paese. Appena esco dalla macchina, col pensiero ancora volto alle meraviglie del mio Eden, prendo a starnutire energicamente. Intorno a noi una selva di indicazioni stradali, i lampioni squarciano piccoli brandelli di notte e un'area di sevizio sempre aperta sfida l'ora del riposo. Starnutisco sempre di più.
- Sei allergico? - mi chiede Luca.

- Sì, forse sono allergico alla pianura.

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